
Nonostante i rovesci della storia la ricca eredità permette a Kit di costruire un grande ospedale sull'isola, un luogo dove poter curare i bisognosi e trovare asilo quando ogni altro luogo non è sicuro.Racconti, poesie, storie per farmi conoscere. Il tutto condito da qualche consiglio su un libro, un film,una canzone. L'ingrediente che non può mancare? L'amore, naturalmente.

Nonostante i rovesci della storia la ricca eredità permette a Kit di costruire un grande ospedale sull'isola, un luogo dove poter curare i bisognosi e trovare asilo quando ogni altro luogo non è sicuro.


di Lesley Prearse
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Faccio parte di un esiguo e sparuto gruppetto di nostalgici per i quali è assolutamente indispensabile che la giornata finisca con la lettura di un romanzo. Non importa quanti e quali manuali, riviste, giornali, siti web, blog e quant'altro, si consultino durante la giornata. Non è per acquisire delle informazioni che leggo prima di addormentarmi. Sfogliare un libro con la sola luce dell'abatjour quando sono sprofondata comodamente nel mio letto è qualcosa che va oltre il suo contenuto.
E' il mio rito privato di purificazione dallo stress della giornata.
La sera è bello diventare lettori onnivori, rapaci e affamati d'inchiostro. L'unica controindicazione a questo momento catartico è l'eventualità di rimanere svegli fino all'alba qualora il romanzo coinvolga molto. Ma sinceramente non baratterei una lettura vorace con il sonno più ristoratore.
Così quest'estate sono stata in compagnia dei personaggi di Charlotte Link, autrice di una trilogia godibile (forse non da ipnosi notturna, ma comunque degna di nota). Ho iniziato con Venti di Tempesta, proseguendo con Profumi Perduti e sto finendo Una Difficile Eredità. Tre bei mattoni, consigliati ai consumatori di parole scritte, belle le atmosfere e intriganti i personaggi.
La vicenda ruota attorno a Felicia la capostipite di una famiglia tedesca che a partire dalla Prima Guerra mondiale si trova al centro di tutti i conflitti e le alterne vicende che hanno coinvolto la Germania nel Novecento. Dalla sconfitta nel primo coflitto mondiale alla crisi economica e al Nazismo, dall'invasione russa alla conseguente divisione delle Due Germanie...
Devo dire che ci si perde un po' a fantasticare sulla sorte di ogni personaggio e che spesso i fatti risultano un po' macchinosi. Ma la caratteristica che mi convince meno è lo stereotipo dell'eroina femminile sempre sposata con l'uomo sbagliato e perdutamente innamorata di un uomo che non la vuole. Cavolo 3, e dico 3, generazioni di donne che non hanno imparato assolutamente nulla dalla vita di coloro che le hanno precedute. Forse un po' troppo...
Ma questo è l'unico neo, che comunque, in effetti, è stato anche un pregio perché ho trascorso delle ottime mezze orette a leggere e altrettante nottate a dormire.
Per sicurezza la nonna si alza e serve a tutte le solite mele cotte. Sarà l’effetto degli zuccheri, ma all’improvviso Angela si calma. Non credo che sia il mio assennato discorso sulla vita matrimoniale a quietare il suo animo. Dalle mie parole si capisce che in realtà non ne so niente di crisi di mezz’età e mariti distratti. Sono al mio spensierato secondo anno di matrimonio, Marco ed io litighiamo solo per chi và a fare la spesa e per chi deve pulire la lettiera della gatta.
Quando i nostri cucchiaini si fermano cala il silenzio più assoluto. Ci stringiamo sullo stesso divano come una famiglia di piccioni su un cornicione. Con una coperta di lana cerco di ripristinare la circolazione nei miei piedi infreddoliti.
«Vi ho mai raccontato di Anton?» La nonna rompe il silenzio mentre siamo tutte impegnate a fissare le lingue di fuoco del camino e a recuperare qualcosa di sensato da dire per non cadere nell’empasse di un silenzio troppo prolungato.
Mamma fa cenno di no col capo e tira su col naso. Io incrocio segretamente le dita, fa che non sia un segreto inconfessabile… E invece è proprio così.
Anton, un nome che mia nonna non pronuncia bene e che in dialetto lombardo suona ancora più duro, rievocato con una dolcezza che non ti aspetteresti. Anton è il sole estivo che fa arrossire i tulipani e dorare le spighe, è il rumore del vento fra le foglie dei pioppi e il sapore salato del sudore che impregna gli abiti. Con quel nome viaggiamo nel tempo fino alla gioventù di una vecchia signora che non ha mai dimenticato un soldato visto una sola volta, al fiume mentre faceva il bucato.
Forse perché con l’aggiunta della patina dei ricordi una bella giornata diventa più leziosa e d’effetto di un video musicale, forse perché quando si è giovani si vive tutto col cuore in mano, esposto, aperto; di sicuro quel ragazzo tedesco oggi si è guadagnato una fetta di immortalità.
Quando la nonna finisce il racconto Angela sospira forte e le stringe la mano ossuta fra le sue ben curate e dalle unghie laccate di rosso. Né io né lei sapevamo che ci fosse un prima rispetto all’incontro con nonno Remo. Entrambe eravamo convinte che la sua vita sentimentale fosse iniziata e terminata con lui.
Poco dopo mi addormento e agito le gambe nella fase iniziale del sonno. Quando arrivano i sogni scopro che il divano è troppo piccolo per i corpi distesi di due donne adulte e, dopo essere ruzzolata sul tappeto, decido di spostarmi. Quando arriva la luce del mattino sono già sveglia, intercetto lo sguardo di Angela che si sta svegliando sul divano.
Accendiamo entrambe i cellulari e riceviamo una raffica di sms vaganti. Osservo mia madre. Le si allarga un sorriso sulle labbra, mentre riceve almeno dieci messaggi. Il suo telefono trilla come una sveglia impazzita. Lei sospira e si stringe la coperta al petto, poi scatta in piedi e rassetta la gonna scarlatta. Cerca freneticamente uno specchio e rovista nella borsetta per acciuffare la matita per gli occhi. In dieci minuti è pronta e carica, mentre io fatico per riorganizzare le idee.
«Dopotutto tuo padre non è così male…» Agita il cellulare. «Dieci messaggi, tutti suoi!»
Guardo fuori dalla finestra. La neve che la sera prima era un muro bianco ora si sta sciogliendo, è giallognola e assomiglia alla poltiglia delle mele cotte. Mi stiracchio, strano non ho fretta di scappare via.
Stanotte ho imparato la ricetta del tempo: il mondo mi può attendere ancora qualche minuto.
THE END
Quando provo a chiamare Marco al cellulare una voce artefatta e troppo cordiale si scusa con me e comunica l’assenza di campo. Gli sms si perdono nell’etere e non ricevono risposta. Immagino le parole fluttuare appese a fili invisibili, mentre a una a una si staccano e vengono trascinate via nel vuoto.
La nonna che aveva preparato e calibrato la cena con una precisione sibillina, comunica che c’è da mangiare anche per Angela. Mamma si siede al tavolo e pilucca dal piatto una briciola di arrosto e un frammento di cavolo, studia le due parti del suo boccone come se stesse calcolandone i valori nutrizionali. Io inforco bocconi generosi e passo la lingua per pulire il coltello che gocciola unto.
«Ho deciso. Lascio tuo padre.»
Angela spara il suo colpo micidiale così, con nonchalance. Io strabuzzo gli occhi e tossisco un po’ di cavolfiore, la nonna si fa il segno della croce.
«Mia cara non guardarmi così. Sei grande e sai da tempo che le cose fra noi non vanno.»
«Oh signur!» Esclama mia nonna, la madre di mia madre, come se fosse stata colpita da un proiettile vagante.
Sì sono adulta, ma l’età non prepara i figli a notizie simili. Mi passa subito per la testa l’immagine di Lucy, un fustacchione ventenne con gli occhi a mandorla e bicipiti da nuotatore. Scaccio il pensiero scuotendo con vigore il capo.
«Mamma, non credo che sia una decisone da prendere con leggerezza…»
Lei ha due occhi ferini che si stringono e lampeggiano nella mia direzione.
«Non c’è niente di leggero nella mia vita. Credimi.» Ancora una volta immagino che a parlare sia stata Rossella O’Hara e mi sento la Mami della situazione.
Fuori la neve è un manto tanto delicato quanto insidioso, non mi permette di andare a casa, non posso scappare da questo confronto. All’improvviso salta la luce e non c’è modo di ripristinarla «devono essere Loro» puntualizza la nonna riferendosi ai gestori dell’energia come si farebbe agli alieni. Per fortuna c’è il camino e la cena è calda e servita nei piatti del servizio buono.
Tre generazioni di donne costrette a una convivenza forzata all’interno di una casa rurale, senza contatti col mondo esterno, senza la luce e confort tecnologici. Sembra il promo di un inquietante e nuovo format da Reality. Solo che qui non c’è un copione e si rischia sulla propria pelle, sì perché certi equilibri non vanno minati, certi tasti non vanno premuti, è risaputo.
Eppure Angela è qui davanti a me che piange lacrime pesanti come secchiate e snocciola particolari intimi del suo matrimonio. Piange e si appoggia ora alla mia spalla ora al braccio di nonna. Viola tutti i tabu della famiglia in poche sintomatiche battute, così ben studiate che sembrano appartenere alla sceneggiatura per una fiction.
«Mamma rilassati, sì, insomma non può andare tutto così male! Sono stata a cena da voi domenica. Tu e papà mi sembravate normali…»
«Appunto!»
«Non ti seguo.»
«Normali. Vicini come fratello e sorella, forse come vecchi amici…» si interrompe, singhiozza «dov’è la passione?»
Nonna strabuzza gli occhi, vorrebbe tapparsi le orecchie e fuggire. Ci sono muri di convenzioni in lei, la parola “passione” la atterrisce. Non è una donna bigotta, non appartiene alla schiera dei benpensanti forcaioli, ma nel suo vocabolario non ci sono certi termini. E comunque non è la parola in sé a spaventarla quanto piuttosto l’eventualità di dover parlare con sua figlia di qualcosa che riguardi il sesso.
Continua...
Quando vado a vedere chi è alla porta non posso credere ai miei occhi, sul cancello intabarrata in uno scialle rosso fuoco c’è Angela, mia madre, bellissima e surreale in equilibrio sui tacchi affilati di un paio di improbabili decolté color rubino. Nella bufera di neve mia madre è una Cappuccetto Rosso un po’ attempata, con l’aggiunta di una spruzzata del fascino magnetico che hanno posseduto solo alcune grandi dive del passato. Quando la vedo penso ai capelli monoblocco di Marilyn Monroe, agli occhi scaltri di Audrey Hepburn; la sua voce è una copia esatta di quella delle doppiatrici dei colossal degli anni cinquanta in perfetto stile Sansone e Dalila.
Mele cotte allo zenzero, dolci, profumate, ricoperte da una sottile crosta di zucchero caramellato, spumose e fragranti. Sono ancora calde, fumano nella tazzina di porcellana bianca con il manico così sottile che lo stringo con cautela fra pollice e indice, come se fosse lo stelo di un tulipano.
Gli ultimi due libri sul mio comodino sono stati molto…diversi. Li ho comprati entrambi in un supermercato, spinta principalmente dal fatto che costavano poco. Lo so che è squallido, ma per una lettrice accanita i libri iniziano a diventare costosi! In questo modo però si prendono le fregature in genere…

Proprio accanto alla fotocopiatrice, nel punto in cui volente o nolente mi cascava con insistenza l’occhio, c’era un enorme ragno nero. Un aracnide furbo, posizionato nell’unico angolo fresco dell’ufficio, bello pasciuto e rilassato sopra un batuffolo di polvere che costituiva l’ingresso alla sua tana. Quel ragno era diventato la mia nemesi, stare vis à vis con lui mi consentiva di godere dello sbuffo d’aria fresca del condizionatore, questo però non poteva avvenire senza fare i conti con l’aracnofobia che ormai era parte integrante della mia anima. Strano come la sensazione di essere osservata possa venire anche da quel coso nero e peloso.@MARE
pp. 231
ISBN 978-88-96375-00-6
Pubblicato da Edizioni Tipografia Moderna – Asiago
www.francescacani.it
Sfogliando @mare...
...Ci saranno momenti in cui crederai di aver imboccato un vicolo cieco, ed altri in cui ti sembrerà di ritornare sui tuoi passi, ma credimi l’importante è non fermarsi...
...Il fumo denso del bosco che bruciava li avvolgeva e l’oscurità di una notte senza luna non favoriva il sopralluogo. Valutò il suono di un singolo colpo di mortaio isolandolo mentalmente dalle altre esplosioni. Distinse il sibilo dal boato che seguiva lo schianto al suolo. Stimò che con quei tempi di gittata chi sparava era fuori tiro per il suo gruppo armato solo di artiglieria leggera...
...«Cosa darei per sapere se è vivo… se sta bene…» Non riuscii a continuare. Quello che volevo dire mi urlava dentro, ma non ce la facevo ad esprimerlo con parole: sarei stata felice di saperlo vivo anche se lontano, anche se non più innamorato di me. Mi bastava avere la certezza che da qualche parte lui respirava ancora e il suo cuore batteva, il mio avrebbe continuato a palpitare di riflesso...
...Dinnanzi a lui solo discese nella lunga strada che porta alla felicità, sapeva che non poteva essere tutto reale, prima o poi sarebbe incappato in una salita, ma l’avrebbe affrontata. Niente scorciatoie...
...L’idea di avere un avversario alla sua altezza risvegliò in lui qualcosa di primitivo. I suoi occhi nocciola sfavillavano di riflessi color del fuoco mentre cercava di individuare l’ufficiale, l’unico che mancava al suo macabro appello. Non fece in tempo a voltarsi che una pallottola lo colpì di striscio ad una spalla lasciandolo senza fiato...
...Adam ascoltava il cuore di lei palpitare accanto al suo e pensava a quanti misteri potesse contenere il corpo esile che stringeva in quei brevi momenti di perfezione...
...Sapere che i suoi occhi mi seguivano mi rendeva nervosa come non mi ero mai sentita. C’era qualcosa nel suo sguardo… mi fissava con l’insistenza e la sottile malizia con cui un uomo guarda una donna, per me era decisamente una novità...
...Con il volto chino sul mio mi studiò fissandomi per lunghi istanti negli occhi, c’era qualcosa di nostalgico e di estremamente vivo nel suo bacio. La promessa di una felicità difficile da raggiungere ma più grandiosa di quanto potessi anche solo immaginare...
...Fu un secondo: gli sguardi, il riconoscimento, sottili trame di percezioni e tutto cambiò in un batter d’occhi. Un pugno che bussava alla porta d’ingresso, un rumore sordo che allontanò tutti dal piacevole convivio e proiettò una dozzina di occhi verso il corridoio...
...Si concentrò al massimo ricacciando tutte le emozioni, mentre il mondo si faceva insolitamente silenzioso intorno a lui. Stringeva il fucile con un tale impeto che le nocche delle mani gli erano diventate bianche...

Commento: Cosa ci rende esseri umani? E' semplicemente l'aspetto esteriore? Bastano due braccia, due gambe e poco più? Se lo chiede la Meyer e ce lo chiediamo tutti leggendo il suo romanzo. Il fraseggio leggero, i dialoghi semplici e accattivanti tengono il lettore coinvolto. Il ritmo ha solo un breve momento di stanca verso la metà del romanzo, poi però si riprende alla grande verso un finale (non proprio originale) ma incalzante. Leggendo i déjà vue sono quasi in ogni pagina e, lo devo dire, a volte i personaggi non sono proprio credibili... Prendiamo Ian, stupendo, ma è vero che un maschio adulto della specie umana comporterebbe come lui? Mah...
L'autrice: Stephenie Meyer nasce ad Hartford in Conneticut nel 1973 da Steve e Candy Morgan. Ha una famiglia molto numerosa: due sorelle, Emily e Heidi e tre fratelli Jacob, Paul e Seth. All'età di quattro anni si trasferisce a Phoenix, in Arizona. Stephenie, di religione mormone, frequenta la Brigham Young University a Provo, nello Utah, dove ottiene una laurea in letteratura inglese. Incontra lì il marito Christian, soprannominato Pancho, in Arizona e si sposa nel 1994. Ora vivono insieme ai tre figli, Gabe, Seth ed Eli.
Francesco Longhi
nvece ho trovato emozionante, anzi entusiasmante, Un amore all’improvviso con Eric Bana e Rachel McAdams, strabilianti nei ruoli di Clare e Hanry i due protagonisti. Hanry è affetto da una strana anomalia genetica che gli permette di viaggiare nel tempo. Improvvisamente, inaspettatamente viene proiettato nel suo passato o nel futuro, a vivere un avvenimento che è stato e sarà fondamentale per la sua esistenza. Il suo dono, non privo di una serie effetti collaterali (quali l’apparire nudo e disorientato sempre in luoghi diversi e sconosciuti), lo porta a conoscere Calre, la persona che amerà tutta la vita, quando lei ha solo sei anni. Dal momento del loro primo incontro il legame fra Clare e Hanry è così forte che entrambi non riescono più a fare a meno l'una dell'altro. L’unico ostacolo al coronamento del loro grande amore? Il tempo.
VI. L’equilibrio dei sensiFINE.
V. Allenarsi a sentire
Isabella Swan è la diciassettenne che siamo state quasi tutte, studiosa, ben educata, un po’ goffa, assolutamente disarmante. Lei è la ragazza della porta accanto, la sorella, l’amica, la compagna di scuola, quella che uno come Edward nella realtà non guarderebbe nemmeno se fosse l’unica femmina del liceo. Ma… C’è un particolare che attrae il vampiro in modo incontrollabile. Il sangue di Bella, il suo profumo, l’aroma che è sinonimo di morte e nello stesso tempo di vita eterna.Possibility scene :
Continua?