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martedì 20 luglio 2010

Mele sulla neve (The End)

Per sicurezza la nonna si alza e serve a tutte le solite mele cotte. Sarà l’effetto degli zuccheri, ma all’improvviso Angela si calma. Non credo che sia il mio assennato discorso sulla vita matrimoniale a quietare il suo animo. Dalle mie parole si capisce che in realtà non ne so niente di crisi di mezz’età e mariti distratti. Sono al mio spensierato secondo anno di matrimonio, Marco ed io litighiamo solo per chi và a fare la spesa e per chi deve pulire la lettiera della gatta.

Quando i nostri cucchiaini si fermano cala il silenzio più assoluto. Ci stringiamo sullo stesso divano come una famiglia di piccioni su un cornicione. Con una coperta di lana cerco di ripristinare la circolazione nei miei piedi infreddoliti.

«Vi ho mai raccontato di Anton?» La nonna rompe il silenzio mentre siamo tutte impegnate a fissare le lingue di fuoco del camino e a recuperare qualcosa di sensato da dire per non cadere nell’empasse di un silenzio troppo prolungato.

Mamma fa cenno di no col capo e tira su col naso. Io incrocio segretamente le dita, fa che non sia un segreto inconfessabile… E invece è proprio così.

Anton, un nome che mia nonna non pronuncia bene e che in dialetto lombardo suona ancora più duro, rievocato con una dolcezza che non ti aspetteresti. Anton è il sole estivo che fa arrossire i tulipani e dorare le spighe, è il rumore del vento fra le foglie dei pioppi e il sapore salato del sudore che impregna gli abiti. Con quel nome viaggiamo nel tempo fino alla gioventù di una vecchia signora che non ha mai dimenticato un soldato visto una sola volta, al fiume mentre faceva il bucato.

Forse perché con l’aggiunta della patina dei ricordi una bella giornata diventa più leziosa e d’effetto di un video musicale, forse perché quando si è giovani si vive tutto col cuore in mano, esposto, aperto; di sicuro quel ragazzo tedesco oggi si è guadagnato una fetta di immortalità.

Quando la nonna finisce il racconto Angela sospira forte e le stringe la mano ossuta fra le sue ben curate e dalle unghie laccate di rosso. Né io né lei sapevamo che ci fosse un prima rispetto all’incontro con nonno Remo. Entrambe eravamo convinte che la sua vita sentimentale fosse iniziata e terminata con lui.

Poco dopo mi addormento e agito le gambe nella fase iniziale del sonno. Quando arrivano i sogni scopro che il divano è troppo piccolo per i corpi distesi di due donne adulte e, dopo essere ruzzolata sul tappeto, decido di spostarmi. Quando arriva la luce del mattino sono già sveglia, intercetto lo sguardo di Angela che si sta svegliando sul divano.

Accendiamo entrambe i cellulari e riceviamo una raffica di sms vaganti. Osservo mia madre. Le si allarga un sorriso sulle labbra, mentre riceve almeno dieci messaggi. Il suo telefono trilla come una sveglia impazzita. Lei sospira e si stringe la coperta al petto, poi scatta in piedi e rassetta la gonna scarlatta. Cerca freneticamente uno specchio e rovista nella borsetta per acciuffare la matita per gli occhi. In dieci minuti è pronta e carica, mentre io fatico per riorganizzare le idee.

«Dopotutto tuo padre non è così male…» Agita il cellulare. «Dieci messaggi, tutti suoi!»

Guardo fuori dalla finestra. La neve che la sera prima era un muro bianco ora si sta sciogliendo, è giallognola e assomiglia alla poltiglia delle mele cotte. Mi stiracchio, strano non ho fretta di scappare via.

Stanotte ho imparato la ricetta del tempo: il mondo mi può attendere ancora qualche minuto.


THE END

venerdì 9 luglio 2010

Mele sulla neve (terza parte)

Quando vado a vedere chi è alla porta non posso credere ai miei occhi, sul cancello intabarrata in uno scialle rosso fuoco c’è Angela, mia madre, bellissima e surreale in equilibrio sui tacchi affilati di un paio di improbabili decolté color rubino. Nella bufera di neve mia madre è una Cappuccetto Rosso un po’ attempata, con l’aggiunta di una spruzzata del fascino magnetico che hanno posseduto solo alcune grandi dive del passato. Quando la vedo penso ai capelli monoblocco di Marilyn Monroe, agli occhi scaltri di Audrey Hepburn; la sua voce è una copia esatta di quella delle doppiatrici dei colossal degli anni cinquanta in perfetto stile Sansone e Dalila.
Perché non le somiglio? La bilancia della combinazione genetica pende tutta dalla parte dell’anonimato, non sono indimenticabile come lei. Assomiglio a mio padre, come lui ho insignificanti capelli a spaghetto e un fisico non proprio da ballerina.
«Gesù benedetto! Che bufera!»
Angela saltella sul vialetto e raggiunge la porta d’ingresso, si toglie lo scialle con un gesto teatrale e mi dà un bacio appiccicoso di rossetto sulla guancia.
«Ho dovuto interromepere il massaggio dall’estetista a causa di questa maledetta neve! Non è per il denaro, anche se si paga in anticipo e in un caso simile non è giusto, ma chissà quando Lucy avrà un’ora di buco per me.»
La nonna ed io la guardiamo un po’ a disagio, facciamo sì con la testa, ma non abbiamo la più vaga idea di come funzionino gli appuntamenti dall’estetista. E comunque chi è Lucy?
«I coreani sono molto impegnati.» La mamma lo dice come si pronuncia amen alla fine di una preghiera, è solenne, assoluta.
«Forse perché sono i migliori.» Azzardo tanto per intervenire e compiacerla.
«C’è di meglio, mia cara, fidati…»
Mentre Angela si dilunga sull’arte del massaggio tailandese, su quanto stimoli l’epidermide e lo spirito, io e la nonna alziamo le spalle all’unisono e ci sorridiamo. Non viviamo nel suo mondo, questo ci rende complici come due scolarette.
Guardo di nuovo fuori dalla finestra, la mia C1 è sommersa dalla neve, a questo punto i miei timori diventano una tragica realtà: sono bloccata in compagnia delle due donne più importanti della mia vita, costretta a una convivenza forzata e al confronto con due colossi della femminilità famigliare.

Continua...

mercoledì 7 luglio 2010

Mele sulla neve (seconda parte)

“Piove il silenzio tra noi, vorrei parlarti ma te ne vai.” La canzone è un crescendo di ululati armonici. Sorrido, penso a quando ero ragazzina ed ero qui seduta alla stessa tavola che era ricoperta dalla stessa tovaglia di tela cerata, di fronte alla stessa radio con questa cassetta che suonava e suonava all’infinito. Allora sbuffavo e sostituivo la musica con qualcosa di mio. Andava bene qualsiasi cosa, anche i Metallica, pur di manifestare il mio dissenso verso un’altra epoca.
«Puoi rimanere qui, mangiamo e poi mi racconti.»
Sobbalzo. Strabuzzo gli occhi e tossisco un pezzo di mela.
«Devo andare. Mi piacerebbe rimanere…» mi affretto ad aggiungere «però Marco mi aspetta…»
In realtà ad attendermi a casa ci sono un paio di questioni irrisolte, mio marito col muso lungo e qualche pratica che devo portare in ufficio domani mattina. Non conta, sono un po’ rigida e non tollero che i miei piani siano turbati.
«Ah i giovani…»
«Resterei volentieri, ma devo lavorare.»
La nonna non bada a quello che le ho appena detto, appoggia due piatti sul tavolo, prepara bicchieri e posate per due. Poi va ai fornelli e riaccende il fuoco sotto le pentole. Ha tanti tegami sul gas, più di quanti ne possieda io nel mio appartamento.
«Allora mentre aspetti preparo per te e per tuo marito. Così porti a casa la cena già pronta.»
Questa non è una cattiva idea… Guadagnerò tempo. Il tempo è il bene più prezioso che possieda, non c’è niente che mi attiri quanto l’idea di salvarlo. Mettere al sicuro qualche minuto di pausa garantita sta diventando l’obiettivo della mia vita, frenare il ritmo con cui tutto rotola via dai miei trent’anni e poter disporre del tempo a mio piacimento.
Guardo le spalle strette di mia nonna, seguo le sue mani lunghe e ossute, mi fermo un attimo a osservare le sue ciabatte consumate. È sempre la stessa. I miei occhi la percepiscono uguale da una vita, forse sono ingannati dal fatto che lei indossa sempre gli stessi abiti.
Il maglione azzurro con i bottoni a forma di perle bianche che ha addosso ora è lo stesso che portava per il mio compleanno dei dieci anni, quando i miei genitori mi regalarono una bici nuova. Un’idea sublime per una bambina che compiei gli anni in dicembre. Ho aspettato mesi per poterla sfoggiare. Temo che il mio rapporto con lo scorrere del tempo si sia incrinato proprio in quell’occasione.
I miei pensieri sono interrotti da un trillo acuto che trafigge il silenzio. Il campanello del citofono suona stridulo, mi sembra l’unico spiraglio tecnologico nel buio del medioevo in cui mi trovo.


Continua...

lunedì 5 luglio 2010

Mele sulla neve (prima parte)

Mele cotte allo zenzero, dolci, profumate, ricoperte da una sottile crosta di zucchero caramellato, spumose e fragranti. Sono ancora calde, fumano nella tazzina di porcellana bianca con il manico così sottile che lo stringo con cautela fra pollice e indice, come se fosse lo stelo di un tulipano.
Mia nonna mi offre tutto quando vado a trovarla. Mi nutre, riempie porzioni del mio stomaco che non sono abituate al senso di sazietà. Fuori nevica, nella cucina della nonna c’è posto solo per un vago senso d’impazienza che mi punzecchia una frangia di coscienza. Sono bloccata qui, lontana da tutto, stretta in una trappola di affetto e neve fuori stagione. Aspetto che smetta di nevicare per mettermi in macchina e tornare a casa, lancio occhiate inquiete all’orologio e sguardi desolati in direzione della finestra.
Marco sarà in pensiero? Avrà dato da mangiare alla gatta?
Fuori c’è sempre più buio e il vento fa turbinare i fiocchi di neve che sembrano batuffoli di cotone tanto sono grossi.
«Bela la mè pütina! Questa l’è la mè pütina!»
La nonna è in visibilio, come sempre quando mi vede. Le sorrido e ascolto distrattamente le prime note di Lisa dagli occhi blu. Il nastro della cassetta che stiamo ascoltando deve essere vecchio almeno quanto me, la radio lo stiracchia e allunga le note della canzone. La nonna canta “senza le trecce la stessa non sei più”, la sua voce cambia quando parla in italiano, perde di determinazione.
«Ne vuoi ancora?»
Non potrei, non dovrei, mi rovinerò l’appetito per la cena, ma la sua domanda è retorica. Non ha ancora finito di formularla che la mia tazzina è di nuovo piena di poltiglia bianca, soffice e profumata. Accosto il naso come se contenesse petali di fiori. Le mele odorano di scorzette di limone, io le adoro, così mi impegno a cercarle col cucchiaino per mangiarle per prime.
Continua...

giovedì 6 maggio 2010

Una poesia per la mia Mantova


IL CASTELLO DI ISABELLA


Mura forti e robuste oltre a
fossati profondi, dove l’acqua scava
le sue vie segrete.
Disegni di mattoni e finestre sottili,
appuntite, lisce come madreperla.
Orme di cavalli sul sentiero.
Il ponte levatoio abbassato rivela
un mondo fatto di argilla e fili d’erba brillante.

Cercherò artisti illustri per dipingere
le mie stanze.
Desidero che le rendano immortali.
Non sarò sazia fino al giorno in cui
la gente passando alzerà la testa per vedere le torri.
Voglio stupore e memoria, storia e
stirpe.

Tuttavia conosco la vita della mia creatura.
E’ terra e acqua,
legnetti e conchiglie.
Prima di scomparire il mio castello
avrà la riverenza di un’onda del lago.

Non c’è rimpianto in me,
metto alla prova la mia futura grandezza.
Sono d’Este di nascita e Gonzaga per matrimonio.

venerdì 26 febbraio 2010

Inprevisti d'ufficio (III capitolo)

Proprio accanto alla fotocopiatrice, nel punto in cui volente o nolente mi cascava con insistenza l’occhio, c’era un enorme ragno nero. Un aracnide furbo, posizionato nell’unico angolo fresco dell’ufficio, bello pasciuto e rilassato sopra un batuffolo di polvere che costituiva l’ingresso alla sua tana. Quel ragno era diventato la mia nemesi, stare vis à vis con lui mi consentiva di godere dello sbuffo d’aria fresca del condizionatore, questo però non poteva avvenire senza fare i conti con l’aracnofobia che ormai era parte integrante della mia anima. Strano come la sensazione di essere osservata possa venire anche da quel coso nero e peloso.
Un giorno mentre premevo per la miliardesima volta in un’ora il pulsante verde della fotocopiatrice lui si mosse. Balzai all’indietro, mi ritrassi in un angolo fra la porta del bagno e il frigorifero. Inciampai in una matassa di fili elettrici e per salvarmi mi slanciai verso l’uscita del corridoio. Nell’ufficio della Oro Glass si seminò il panico. La furia cieca più sfrenata si impossessò di Rebecca, alias Vecchia Ciabatta. Con il sedere appoggiato allo strato di polvere del pavimento la guardavo perdere ogni barlume di ragione e saltare sulla sedia.
-Sei sicura che non ci sia più nel buco? Magari è solo rientrato…
Squittì Cristina, mentre frapponeva fra se e il corridoio due metri di spazio sicuro.
-Si è mosso, è venuto verso di me e adesso non c’è più…
L’equilibrio era definitivamente rotto, Chimera e Bellerofonte stavano per scontrarsi.
In quel momento di pathos varcò la soglia dell’ufficio Walter, splendido come sempre.
-Ehi ragazze! Cosa succede?
Rebecca gonfiò il petto orgogliosa dell’appellativo “ragazza”, senza accorgersi che nel suo caso le sarebbe calzato almeno 40 anni prima.
-Meno male che è arrivato un uomo!- Strillò Cristina –Beh, escluso il capo che è in riunione…
“Escluso il capo in generale” pensai.
-Il ragno si è mosso e… ci ha aggredite!
Incredibile. Condividevo la mia repulsione per i ragni con esseri viventi della risma delle mie colleghe. Appunto mentale: “Farsi passare l’aracnofobia a costo di andare a quello stupido programma Tv dei Record ad accarezzarli.”
-Calma. Ci penso io.- Walter sorrise mettendo in evidenza le fossette sul mento, le colleghe isteriche si rilassarono.
Da un primo controllo emerse che Chimera aveva effettivamente abbandonato la sua postazione. Dove avesse decise di acquattarsi, rimase un mistero per tutto il resto della mattinata. Walter alzò il frigo, spostò la fotocopiatrice, si accovacciò in 110 posizioni da calendario senza ottenere alcun risultato.
Quando si diede per vinto le mie colleghe erano talmente appagate dalla visione dei tre centimetri scoperti della sua bassa schiena che del ragno avevano solo un vago e nebuloso ricordo.
Quello scompiglio finì con un coro unanime di complimenti all’eroe del giorni Walter – Bellerofonte, più bello di un dio greco, meno efficace di un insetticida.
La rivincita di Chimera era solo all'inizio...
Continua...

lunedì 22 febbraio 2010

Trailer @mare

@MARE
pp. 231
ISBN 978-88-96375-00-6
Pubblicato da Edizioni Tipografia Moderna – Asiago
www.francescacani.it

Sfogliando @mare...
...Ci saranno momenti in cui crederai di aver imboccato un vicolo cieco, ed altri in cui ti sembrerà di ritornare sui tuoi passi, ma credimi l’importante è non fermarsi...


...Il fumo denso del bosco che bruciava li avvolgeva e l’oscurità di una notte senza luna non favoriva il sopralluogo. Valutò il suono di un singolo colpo di mortaio isolandolo mentalmente dalle altre esplosioni. Distinse il sibilo dal boato che seguiva lo schianto al suolo. Stimò che con quei tempi di gittata chi sparava era fuori tiro per il suo gruppo armato solo di artiglieria leggera...


...«Cosa darei per sapere se è vivo… se sta bene…» Non riuscii a continuare. Quello che volevo dire mi urlava dentro, ma non ce la facevo ad esprimerlo con parole: sarei stata felice di saperlo vivo anche se lontano, anche se non più innamorato di me. Mi bastava avere la certezza che da qualche parte lui respirava ancora e il suo cuore batteva, il mio avrebbe continuato a palpitare di riflesso...


...Dinnanzi a lui solo discese nella lunga strada che porta alla felicità, sapeva che non poteva essere tutto reale, prima o poi sarebbe incappato in una salita, ma l’avrebbe affrontata. Niente scorciatoie...


...L’idea di avere un avversario alla sua altezza risvegliò in lui qualcosa di primitivo. I suoi occhi nocciola sfavillavano di riflessi color del fuoco mentre cercava di individuare l’ufficiale, l’unico che mancava al suo macabro appello. Non fece in tempo a voltarsi che una pallottola lo colpì di striscio ad una spalla lasciandolo senza fiato...


...Adam ascoltava il cuore di lei palpitare accanto al suo e pensava a quanti misteri potesse contenere il corpo esile che stringeva in quei brevi momenti di perfezione...


...Sapere che i suoi occhi mi seguivano mi rendeva nervosa come non mi ero mai sentita. C’era qualcosa nel suo sguardo… mi fissava con l’insistenza e la sottile malizia con cui un uomo guarda una donna, per me era decisamente una novità...


...Con il volto chino sul mio mi studiò fissandomi per lunghi istanti negli occhi, c’era qualcosa di nostalgico e di estremamente vivo nel suo bacio. La promessa di una felicità difficile da raggiungere ma più grandiosa di quanto potessi anche solo immaginare...


...Fu un secondo: gli sguardi, il riconoscimento, sottili trame di percezioni e tutto cambiò in un batter d’occhi. Un pugno che bussava alla porta d’ingresso, un rumore sordo che allontanò tutti dal piacevole convivio e proiettò una dozzina di occhi verso il corridoio...


...Si concentrò al massimo ricacciando tutte le emozioni, mentre il mondo si faceva insolitamente silenzioso intorno a lui. Stringeva il fucile con un tale impeto che le nocche delle mani gli erano diventate bianche...

lunedì 8 febbraio 2010

Il suono del ghiaccio ULTIMO CAPITOLO

VI. L’equilibrio dei sensi
Il giorno dell'esibizione Lisa scende in pista con un costume azzurro sfavillante di strass, ha i capelli raccolti e un sorriso sicuro stampato in viso. Per tre minuti al mondo non ci sarà altro che il ghiaccio sotto le sue lame e tutto intorno a lei la musica che Maxim ha composto.
Si sente sicura, non ha la percezione della gente sugli spalti, ha ricevuto gli incoraggiamenti dell’allenatrice e del ragazzo, non le importa nient’altro. Ed è così che il pattinaggio diventa veramente un’arte, quando la mente, lo spirito e il corpo sono ugualmente leggiadri sopra quella superficie così fredda e dura che è il ghiaccio, ma che in momenti come questo diventa l’elemento naturale dell’atleta. Lisa salta, piroetta, esegue figure complicate ma sembra stia semplicemente respirando, non c’è niente di più semplice al mondo in questo momento per lei. I suoi movimenti sottolineano i passaggi della musica, trasmettono gratitudine infinita per l’incontro con Maxim. Quando è il momento del Lutz ad agitarsi nello stomaco è una sensazione strana che questa volta non le evoca la caduta, ma il sorriso di Maxim che la incoraggia, il pensiero di ripetere l’esercizio solo per lui affinché possa ascoltare meglio la musica delle sue lame.
Quando Lisa finisce il pubblico, composto per la maggior parte dai genitori degli atleti, la applaude vigorosamente. Le amiche dagli spalti gridano commosse, ora è chiaro anche a loro quale infinita bellezza la tenesse lontana dalle frivolezze del centro commerciale. Amanda non può fare a meno di farsi sfuggire una lacrima mentre getta sul ghiaccio un pupazzo che ha portato in omaggio a Lisa.
Lisa si inchina, saluta tutti e si avvicina alla balaustra.
-Sei stata grandiosa mi pare!
Le dice Maxim accennando all’ovazione del pubblico.
-Perché non mi hai sentita?
Lisa scherza, è euforica. Lo abbraccia con trasporto.
-Ti sento sempre.
Dagli spalti Amanda, Anna e Cristina si scambiano gomitate complici.


FINE.

domenica 7 febbraio 2010

Il suono del ghiaccio (parte VI)

V. Allenarsi a sentire
-Lisa! Ehi, Lisa!
Lisa si volta verso le compagne di scuola che all’uscita dall’istituto si sbracciano per catturare la sua attenzione. Ha fretta, non vorrebbe fermarsi ma sa di averle trascurate anche troppo negli ultimi mesi.
-Cosa c’è ragazze?
Le amiche le si avvicinano correndo e spingendosi allegre, vogliono la sua attenzione ma Lisa si guarda intorno ansiosa, sembra stia cercando qualcuno.
-Oggi devi venire con noi, Anna, Cristina ed io andiamo al nuovo centro commerciale. C’è l’inaugurazione! Non puoi mancare!
Amanda la sua migliore amica la guarda alzando un sopracciglio.
-Quella è la faccia da “non posso, ho l’allenamento”, vero?
Lisa è sinceramente dispiaciuta.
-Esatto, mi dispiace.
-Ma non è che l’allenatore è un uomo? Perché sei parecchio presa da questi “allenamenti”!
Le altre ridono e sfogliano un volantino del nuovo centro commerciale emettendo gridolini ogni volta che un capo di abbigliamento cattura la loro attenzione.
-Beh, non sai cosa ti perdi.
Amanda le bacia una guancia e la lascia andare, la testa di Lisa è altrove, ma non può fare a meno di ricordare a quanti pomeriggi come quello ha dovuto dire di no in vita sua. Decine, centinaia. E poi alle cene, ai compleanni che non ha potuto festeggiare e un po’ si sente in balia di uno sport tiranno che le nega quei semplici piaceri.
Quando arriva alla macchina mette lo zaino con i libri nel baule e appoggia sul sedile accanto a sé la borsa con i pattini. Mentre guida verso il pala-ghiaccio vorrebbe solo che quei sacrifici fossero ricompensati. Vorrebbe non avere paura di una semplice esibizione, ma il cuore le martella veloce nel petto.
Ad aspettarla davanti alla porta del pala-ghiaccio c’è Maxim con un sorriso fiducioso, accanto a lui Katia. Da questo momento inizia una sessione di allenamento speciale tutta per lei. Un po’ all’inizio è imbarazzata perché Katia la guarda e non le sfugge mai niente, ma Maxim la ascolta e sembra capire ancora di più. Percepisce le esitazioni, ha una sua teoria su tutto.

-Quindi tu la ascolti la musica!
Maxim ha un lettore mp3 in mano e Lisa scherza avvicinandosi. Lui per il momento le sta facendo provare l’intero programma senza musica, le dice di sentirla dentro l’armonia.
-Questa è per te.
Le porge l’auricolare imbarazzato e subito si affretta a specificare che quanto sentirà è solo una prova, che se non le piace cambieranno il pezzo insieme, ma quando Lisa preme play capisce subito che quella è la sua musica.
Maxim era partito dalla melodia di The mission per comporre un tema che fosse tutto suo e trasmettesse le emozioni del pezzo originale. Lisa rimase senza parole durante tutto l’ascolto.
-Non ci posso credere! E’ perfetta! Dove l’hai trovata?
La ragazza emozionata apre il varco nella balaustra e stampa un bacio sulla guancia di Maxim.
-Beh, non è che l’ho proprio trovata io… Il tema di base è quello di una colonna sonora di Ennio Morricone, poi…
-Troppo modesto, come al solito. Sono settimane che ci lavora.
Katia si intromette soddisfatta del lavoro del fratello.
-Tu suoni il piano?
Gli occhi di Lisa brillano.
-Divinamente…
La sorella passa un braccio intorno alle spalle di Maxim e quasi si deve appendere tanto è più alto di lei.
Continua...
Appuntamento a domani per l'ultima parte!

giovedì 4 febbraio 2010

Il suono del ghiaccio (V parte)

IV. Per mano
-Se vai avanti così ti iscrivo alle prossime Olimpiadi!
Scherza Lisa accostandogli alla mano una bottiglietta di acqua con sali minerali.
-Oh no, l’atleta sei tu Lisa, io mi limito a seguire le tue gesta.
-Ti ho visto sai, durante gli allenamenti. Tu ci sei sempre, e ho notato che te ne vai presto, prima che entrino in pista gli altri.
Il viso di Lisa si è fatto serio, è da un po’ che vuole chiedere la ragione di un comportamento tanto strano.
-Vengo per ascoltare te. Adesso non ti montare la testa ma credo tu sia la migliore.
Le sussurra il ragazzo all’orecchio.
-So che la mia opinione vale quello che vale perché ovviamente non ti ho mai vista, ma ti ho sentita. Ho ascoltato il suono che fai quando balli sul ghiaccio e nessuno mi emoziona quanto te.
Lisa è senza parole, lo guarda e si maledice per non avere capacità di reazione. In quel momento la porta dello spogliatoio si apre di colpo e si riversa all’interno tutto il rumoroso seguito degli allievi di Katia.

-Come è andata?
Katia si avvicina al fratello posandogli una mano sulla spalla. Lui è seduto al pianoforte e da ore ripete un passaggio dell’arrangiamento che sta componendo. I tasti si abbassano fluidi sotto la pressione delle sue dita lunghe e pallide. Le note gocciolano come l’acqua e rimbalzano come palline di gomma.
-Grandioso! Non ho mai avuto un male alle gambe lontanamente paragonabile a questo.
Alza di pochi centimetri una gamba e una smorfia di dolore compare sul suo viso. La sorella sorride.
-E’ normale, pattinando hai usato muscoli che in genere non usi. Però non è a questo che mi riferisco.
-Lisa è fantastica.
Trilla una melodia usando solo le note alte del piano, gli fanno pensare al brio della ragazza.
-Ci vediamo anche oggi.
-Dovresti farle sentire la musica che stai componendo per lei.
-Per quella è ancora presto.
Katia ammira la sicurezza ostentata dal fratello, vorrebbe averne lei la metà. Era la determinazione dettata da anni di speranze inutili, dalle operazioni che aveva subito senza successo, dalla consapevolezza che vedere non è cosa che dipenda dalle sue forze, ma tutto il resto sì.

Continua...

lunedì 1 febbraio 2010

Il suono del ghiaccio (IV parte)

III. Pattinare con i suoi occhi

Il giorno dopo, Lisa arriva allo stadio del ghiaccio e nota subito l’assenza dell’auto di Katia, vede che mancano anche le auto delle altre atlete. Lì per lì pensa di aver sbagliato orario e sta per tornarsene a casa, magari a studiare per gli esami di maturità, visto che ultimamente quel traguardo della sua vita è passato in secondo piano. Poi alza le spalle con gesto liberatorio e decide di seguire il richiamo del ghiaccio. Con lo stadio così deserto può concentrarsi solo su se stessa e lasciarsi andare come non fa più da tempo.
Con un sorriso radioso sulle labbra va ad allacciarsi i pattini e dopo poco sale in pista euforica scivolando più veloce del solito, più leggera. Dalla bocca escono nuvolette di vapore che si condensano subito nel freddo umido dello stadio. Non avrebbe fatto caso a Maxim se non avesse notato quel ragazzo con gli occhiali da sole più di una volta nelle ultime settimane. Quel pomeriggio nel deserto del palazzetto lo vede imbarazzato torcersi nervosamente le mani seduto sulla panchina a bordo pista.
-Ciao, cerchi qualcuno?
Lisa gli si avvicina frenandogli improvvisamente davanti. Maxim sobbalza.
-Mia sorella, Katia, mi aveva detto di venire all’allenamento oggi pomeriggio. Non sapevo fosse stato rimandato.
Maxim fa un gesto circolare come ad indicare la mancanza di musica e di anima viva tutto intorno a loro.
-Non è stato rimandato…
Lisa assorta ed in preda allo stupore rimane a bocca aperta intuendo la trappola.
-Aspetta un attimo… Se Katia è tua sorella tu devi essere Maxim. Oddio non pensavo… Non immaginavo che fossi così…
-Cieco?
-No! Cioè, anche… Non che sia un problema… Stavo per dire che sei un po’ grosso per me.
Maxim si tocca le braccia sorridendo divertito, Lisa avvampa per l’imbarazzo.
-Volevo dire che Katia mi aveva gentilmente comunicato che oggi avrei avuto suo fratello Maxim come allievo durante l’allenamento. Noi lo facciamo a volte, teniamo per le mani i bambini ai primi passi sul ghiaccio durante gli allenamenti per lasciarla libera di seguire gli agonisti.
-Quindi il problema è che non sono un bambino?
Lisa lo guarda divertita, a pensarci bene tanto meglio così.
-No, no! Oddio come sono sgarbata, mi chiamo Lisa tanto piacere di conoscerti fratellino di Katia.
Scoppiano a ridere entrambi e Katia che sta entrando in quel momento con gli allievi decide di portarle in palestra quel pomeriggio, l’allenamento a secco non è mai troppo!

L’equilibrio sulle lame non è un problema per Maxim, una persona che non vede è abituata a fare affidamento sugli altri sensi. Il suo equilibrio è innato e Lisa lo guarda ammirata mentre avanza i primi passi sul ghiaccio a pochi centimetri dalla balaustra. Lui segue con prudenza il perimetro della pista sfiorando la balaustra con una mano. Si gusta l’aria pungente sulle guance.
-Non te la cavi per niente male! Non posso credere che questa sia la tua prima volta sul ghiaccio!
Lisa non lo abbandona un secondo per paura che le scivoli davanti e la trovi impreparata.
-Dici?
-Se ripenso ai miei primi passi sul ghiaccio…
Lui accenna ad un movimento brusco e la mano di Lisa immediatamente lo sorregge.
-Tranquilla, anche se cado non mi rompo.
Per tutta risposta lei lo prende per mano e lo allontana dalla balaustra, pattina all’indietro per controllare meglio i movimenti dell’allievo. Dopo avergli impartito le nozioni fondamentali riguardo alla pattinata e alla tecnica di frenata si sposta sul fianco e tenendolo per una sola mano gli insegna a fare i limoni sul ghiaccio.
Maxim impara presto, ha senso del ritmo e i suoi movimenti non sono mai impacciati. Lisa inizia a lasciarlo andare ed inevitabilmente arrivano le cadute, ma non sono un problema, Maxim si rialza da solo e riprende con una tenacia che la colpisce profondamente.

Continua...

venerdì 29 gennaio 2010

Il suono del ghiaccio (III parte)

II. La differenza si sente

-Ti ho visto Maxim, c’eri anche oggi a bordo pista.
Maxim sta ascoltando un cd con le colonne sonore di Ennio Morricone, è assorto, sua sorella si aspetta che lui le sappia indicare un pezzo adatto a Lisa.
-Cosa succede? Panico da esibizione?
-Temo di sì, l’hai già percepito, sei un fenomeno… A volte penso che tu ci veda benissimo e che ti prenda gioco di tutti noi.
Katia scompiglia i capelli neri e folti del fratello, lui le risponde con una smorfia. Katia è l’allenatrice del gruppo degli agonisti da dieci anni e sa bene che le caratteristiche psicologiche dell’atleta sono importanti quanto quelle fisiche, ma il caso di Lisa proprio non le va giù. In quella ragazza c’è veramente tutto. Scuote la testa mentre prepara la cena per sé e per il fratello.
-Questa!
Esclama Maxim dal salotto. Il volume è al massimo mentre il ragazzo lascia libere le note sempre più incalzanti di The mission. Il ritmo è un crescendo morbido e viscerale, lo si sente nello stomaco.
-Questa per la pattinata di Lisa è perfetta!
-Domani la porto in pista e vediamo cosa dice. Sai a cosa stavo pensando? Oltre al fatto che non capisco come si possa sprecare un talento come quello della nostra giovane amica; penso che dovresti venire anche tu domani. La dovresti conoscere questa Lisa per cui scegli le musiche. Vieni ad aiutarmi, magari in due riusciamo a recuperarla, potrebbe addirittura tornare alle gare se riuscisse a trovare la motivazione.
-Sì, e quale sarebbe lo stimolo irrefrenabile che dovrei trasmetterle?
Maxim si seduto al piano e iniziava a ripetere le note di The mission in una versione che sente più sua.
-Chi può saperlo… Alle 14.30 ti aspetto in pista e mi raccomando mettiti qualcosa di comodo e caldo. Fammi un favore ricordati di avere ventiquattro anni, non quarantadue!
Katia lo vede sempre eccessivamente serio, sorride mentre si allontana lasciandolo solo con il suo arrangiamento. Se seguire Lisa può farlo uscire un po’ più di casa ben venga quell’entusiasmo.
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giovedì 28 gennaio 2010

Il suono del ghiaccio (II parte)

I. Il panico dagli occhi

Lisa scende sempre in pista per prima perché nonostante siano dieci anni che pattina praticamente tutti i pomeriggi non vede l’ora di sentire il ghiaccio sotto alle lame. L’entusiasmo e la voglia di esserci non riescono a smorzarsi, nonostante gli orari a cui è costretta fra scuola e allenamenti, nonostante non abbia ambizioni particolari. Il rapporto col ghiaccio è solo suo.
Quel giorno vorrebbe rimanere sola, pensare unicamente a mantenere le posizioni e a correre nel gioco dei fili delle sue lame.
Aprire le braccia, volteggiare, tirare le punte, snodare le articolazioni. Non può, ha il pensiero dello spettacolo di fine anno che le martella il cervello.
Ricorda il saggio dell’anno prima con un senso di nausea e il sudore le appiccica i capelli mossi alla fronte.

Le luci del palazzetto erano tutte accese, la pista luccicava sotto i riflettori, il brusio della gente proveniva dagli spalti gremiti. Il suo programma era sulla musica The piano di Michael Nyman colonna sonora del film Lezioni di piano, perfetta per la sua pattinata leggera e per i suoi movimenti di braccia eleganti. Lei era sicura di quel programma, ma c’era qualcosa nell’aria oppure era in lei? Si sentiva le gambe anestetizzate, l’aveva anche detto all’allenatrice.
-E’ normale, quando sei sul ghiaccio passa tutto.
Così le aveva detto Katia, ma non era esattamente quello che era successo. Lisa ricorda poco chiaramente; il doppio Axel le era riuscito, le spirali perfette, bene la trottola bassa con cambio piede, poi il Lutz, doppio. Si ricorda con chiarezza quel momento, doveva aver chiuso gli occhi sentendosi sicura, ma l’equilibrio l’aveva tradita all’atterraggio. Il contatto del suo corpo sudato col ghiaccio era stato improvviso e violento, ma era stato il boato del pubblico che l’aveva fatta tremare. Traballante aveva cercato di rialzarsi ma un dolore lancinante al ginocchio destro l’aveva fatta ricadere. L’ultima cosa che le riappare lucidamente al ricordo è l’applauso del pubblico mentre la bloccavano dolorante sulla barella.

Katia l’allenatrice le si avvicina strofinandole le braccia con le mani guantate.
-Forza Lisa, facci vedere un po’ di carattere, su con lo spirito!
-Mmm
-Non troppa convinzione, mi raccomando! Vedrai, quest’anno andrà a meraviglia, abbiamo avuto tutto il tempo necessario per gli allenamenti. Il tuo programma è perfetto e penso riusciresti ad eseguirlo divinamente anche ad occhi chiusi!
-Fosse vero…
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mercoledì 27 gennaio 2010

Il suono del ghiaccio (racconto)

C’è un momento in pista che sembra perfetto. Si tratta di pochi minuti prima di un allenamento quando gli altri sono ancora negli spogliatoi persi in qualche chiacchiera o intenti a massaggiarsi un muscolo irrigidito dopo il riscaldamento. La macchina per lisciare il ghiaccio è appena passata e la superficie è così levigata che chi è più veloce ad allacciarsi i pattini e a scendere in pista traccia i primi segni quasi con rammarico tanto è forte la sensazione. In quei momenti non c’è ancora la musica, l’allenatrice col cd deve ancora arrivare, il silenzio sembra assoluto a chi non ascolta come Maxim.
Ed ecco la prima atleta ad entrare in pista, Maxim non l’ha mai vista, ma sa che tutti i giorni è sempre lei a far scattare il chiavistello del varco nella balaustra. Lei appoggia un piede e scivola, prende dimestichezza col ghiaccio, sfreccia a pochi metri da Maxim che sorride compiaciuto, il cuore gli batte forte nelle orecchie.
L’umidità che proviene dalla pista gli appanna gli occhiali scuri; sente il profumo inconfondibile del ghiaccio, è un ottimo odore, pensa, sa di pulito di neve e ammoniaca.
Maxim finalmente può ascoltare la sua musica preferita, quella delle lame sul ghiaccio. Suoni secchi e armonici, curve la cui profondità sui fili è sottolineata da fruscii diversi. Cambi di direzione che alzano una sottile polvere di ghiaccio e assomigliano al suono che fa la carta quando la si sfoglia freneticamente per trovare qualcosa in un libro.
Puntate come di picconi nella neve, tre e controre, trottole simili al bisbiglio di una girandola che vortica trascinata dal vento.
Metallo e stoffa leggera di lycra che si agita trascinata nella danza e gli ricorda le bandierine triangolari della festa del patrono quando frusciano sopra le strade nelle sere estive prima di un temporale. Pensa che ci sia solo un suono che lo coinvolge di più ed è quello dei salti, secco al momento dello stacco, turbinoso, trascinante in aria; asciutto scivolato all’atterraggio. Maxim ogni volta trattiene il fiato mentre la pattinatrice compie le rotazioni in aria.
Poi le voci, le risate, l’allenatrice che urla:
- Lisa! Fermati due secondi, stavamo discutendo di una cosa importante per lo spettacolo. Vieni, ci serve il tuo parere.
Poi attacca la musica e la perfezione di prima viene coperta.
Maxim esce dal palazzetto del ghiaccio e mormora fra sé.
- Grazie Lisa.

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